Avventure in Patagonia

“Guarda vez! Guarda la… si vede il Fitz…”

“Ciaone… va che figata! E pensa che 48 ore fa eravamo la in cima… che freddo…”
“Si e pensa che la giornata con meno nuvole da quando siamo arrivati quasi un mese fa è oggi e noi maledizione siamo qua seduti in aereo che stiamo tornando a casa…”
“Ahahaha si che sfiga… che postaccio!” “Mai un giorno veramente bello in quasi un mese… boh non so mica se ci tornerò”
“Dici?”
“Boh io sono più per cielo azzurro, caldo, zero vento, maniche corte…”
“Che principino che sei!!!”
“Ahahaha puoi ben dirlo… un alpinista della domenica… ahahaha però dai ora che è finita ammetto che è stata una figata! Un mese in dietro nel tempo, come una volta, dove le incognite erano tante e la cima era quello che contava… che postaccio… quasi quasi, non l’anno prossimo eh sia chiaro, ma quasi quasi ci tornerei… anche perchè guarda la… ”
“La dove?”
“La dietro il Fitz”
“Eeh si… quello si sarebbe un sogno”
“Un paio d’anni che ci passa sto freddo dalle ossa e questo vento nei timpani e torniamo a fare il Torre”
“Ci sto”

Con questo dialogo al limite dell’incoerenza che ci siamo scambiati appena montati in aereo al Calafate vi racconto di questa avventura patagonica con il mitico Fabri (Fabrizio Della Rossa).

Incoerenza… Si perché la Patagonia è così, un giorno la odi dal profondo dell’anima il giorno dopo vorresti tornarci.

Un giorno sei li a tirare i friend sul quinto grado con i ramponi ai piedi che grattano sulla roccia coperta da verglass inconsistente, vento a 100km/h, freddo, bagnato fradicio, corde per le doppie che invece di scendere verso il basso salgono verticali verso il cielo, come se la forza di gravità si fosse invertita… e il giorno dopo al caldo delle coperte degli ostelli di El Chaltén la prima cosa che fai appena sveglio è riguardare il meteo per tornare in montagna… perché la Patagonia alla fine ti strega… quel essere fuori dal mondo, lontano da tutto, dove gli elementi della natura fanno veramente da padrone, zero agevolazioni e il rispetto per la montagna diventa immenso, ti senti veramente impotente.
È la montagna che decide, tu devi essere bravo ad ascoltarla… come una droga ti rapisce, ti innamori e ci torni…
Un incoerenza continua che ci ha perseguitato per tutti i 24 giorni di permanenza ad El Chaltel (13 dei quali in montagna…), fin dalla prima avventura sulla Aguja dell’S, iniziata con la pioggia lungo tutto l’avvicinamento e conclusasi a tarda notte del giorno dopo con il male alle gambe e ai piedi… durante il ritorno ero già la che pensavo a dove scappare…

Sull’Aguja de l’S abbiamo salito la via Austrica (4/5 Gennaio) con la super compagnia di Mirco e Brad. Fessure impiastrate e vento non ci hanno fermato e una “semplice vietta” si è trasformata in un bell’ingaggio…

mare, sole, mojito…

Incoerenza… di nuovo lei…

Dopo aver guardato i voli per andare in un posto caldo e asciutto ecco che invece partiamo gasati per la seconda avventura Patagonica (7/8 Gennaio) con l’idea di salire l’Aguja Poincenot…

Il meteo parlava di schiarite e poco vento dalla mattina fino al primo pomeriggio del giorno dopo quindi siamo partiti sotto una pioggia incessante in direzione del Passo Superior e dopo n infinite ore di cammino tra pioggia, neve, sole (poco) e vento finalmente abbiamo piazzato la nostra tendina sulla neve del passo.

Quando ci siam svegliati la mattina con 30cm di neve (quasi mezzo metro di accumulo sulla tenda), nebbia con visibilità a metro e vento, ecco che i sogni di salire la Poincenot si frantumano e si tramutano in Grecia, sole, Leonidio con Sara, pesce e birrette sulla spiaggia…
Ed invece sotto una bufera di quelle Patagoniche vere e proprie (per fortuna doveva essere bello dalla mattina) siamo scesi e tornati dopo altre n infinite ore di cammino sotto la pioggia, neve e vento, nel nostro caldo ed accogliente ostello ad El Cialten… Di nuovo ci passa per la testa di mollare tutto e andare al caldo sole del Brasile… aah l’incoerenza…

ah a proposito il bel tempo è arrivato si, ma con 6 ore di ritardo…

Dopo il tempaccio orribile che ci siam presi sul Passo Superior l’umore non era dei migliori, soprattutto guardando il meteo che continuava ad essere brutto e ventoso ma (ancora l’incoerenza) la voglia di montagna continuava a prevalere e così per sfruttare qualche ora senza vento siamo saliti sull’Aguja Guillaumet.

Come al solito il piano prevedeva camminare sotto la pioggia fino al campo base (questa volta Piedra Negra) e sfruttare le poche ore senza vento del giorno dopo per scalare.
Questa volta tutto è filato via liscio secondo i piani, siam partiti lungo il rio Elettrico sotto una pioggia britannica e dopo una super pausa al mitico e meraviglioso rifugio della Piedra del Fraile (fermatevi e prendetevi una crumble di mele, ve la ricorderete per sempre, una meraviglia) siamo arrivati a piantare la tenda a Piedra Negra. Dopo una notte ventosa e un’alba meravigliosa con 5 minuti di sole (gli unici della giornata) siam partiti per la via Pippo Frasson sulla Guillaumet, una bellissima via di misto di Mr. Buscaini sulla parete Est della Aguja Guillaumet. (11/12 Gennaio)

Come sull’Aguja de l’S le condizioni non sono state delle migliori, con ghiaccio inconsistente e neve marcia che hanno reso il “facile” difficile, ma stavamo cominciando a farci l’abitudine e devo dire che non ci è dispiaciuto ingaggiarci un po’ questa volta.

Il ritorno da veri autostoppisti Patagonici (condiviso con i mitici Leo e Luca) sul cassone di un camioncino ha reso il finale ancora più magico

Questa volta l’umida salita della Guillaumet non ci ha buttati giù di morale ma anzi ci ha dato la carica per riprovare la Poincenot. (15/16 Gennaio)

Come al solito partiamo sotto la pioggia che poi si tramuta in neve che ci accompagna per tutto l’avvicinamento fino alla Laguna de Los Tres.

Dopo la batosta di brutto tempo della scorsa volta al Passo Superior e visto che il meteo era esattamente tale e quale a quella volta decidiamo di dormire alla Laguna (scelta saggia) e di partire all’1 di notte sperando nelle previsioni meteo (davano schiarite dalle 5 i mattina fino a sera)
La sveglia a mezzanotte è sempre una cosa folle e farlo sotto una nevicata… beh non ve lo consiglio…
La voglia di scalare era tanta e nonostante la neve, il vento per fortuna non soffiava (come da previsioni meteo). Così ricordandoci bene la strada dall’altra volta sotto una fitta nevicata arriviamo in un paio d’ore al Passo Superior.

Con visibilità quasi nulla decidiamo di continuare sul ghiacciaio aiutati dal GPS e battendo traccia con neve fino alle ginocchia finalmente alle prime luci dell’alba arriviamo sotto la parete. Come per magia le nuvole si diradano e finalmente i primi raggi di sole ci cominciano a scaldare le ossa (poco, molto poco).

La parete come potete ben immaginare era impiastrata di neve e la rampa iniziale che “si si tanto si va su slegati” diventa già una rogna…
Saliamo lungo la via Whillians- Cochrane, saliamo lenti a causa delle neve fino al tiro “chiave” di misto che ci impegna non poco, da “facile” M4 si tramuta in una ravanata epica che Fabri supera alla bellemeglio (meglio non entrare nei dettagli… ahahaha)
Arrivati alla parte rocciosa finalmente acceleriamo e andiamo via spediti fino a 100 metri dalla cima dove riesco a sbagliare itinerario e con un pendolo prima e un’altra ravanata poi, Fabri ci riporta sulla retta via e finalmente siamo in cima.

La discesa fila via liscia lungo la via Patagonicos Desperdos e alle 10 di sera alle ultime luci del giorno siamo di nuovo alla Laguna de Los Tres.
La stanchezza era tanta ma giusto il tempo di rifocillarci un po, di recuperare tenda e materiale lasciati al bivacco e ripartiamo in direzione ostello

Dopo le prime due ore di cammino la stanchezza comincia a farsi sentire e tra allucinazioni, pisolini e un taxi alle 3 di notte al Pilar finalmente alle 4 dopo 27 ore no stop siamo in ostello… che avventura!

La stanchezza dopo la gran cavalcata sulla Poincenot si fa sentire e complice il meteo che non vuole darci tregua decidiamo di riposare come si deve e fare i turisti. Prendiamo un autobus in direzione El Calafate e ci godiamo un paio di giorni di relax con una visita al famoso Perito Moreno.
Merita una visita

La vita da turista non era niente male e la stanchezza pian piano se ne stava andando e con lei di nuovo la voglia di montagna si è fatta sentire.
Il meteo però continuava a non essere per nulla invitante… 15 ore di tempo variabile ma con vento a 100 all’ora, 12 ore di sereno stabile senza vento e poi bufera… ci facciamo due conti e cominciamo a valutare le varie opzioni

In ogni caso sarebbe stata l’ultima “finestra” disponibile per scalare visto il volo imminente per tornare in Dolomiti

Decidiamo di puntare alto e che sarebbe arrivato il momento di provare la mitica via delle vie, la Super Canaleta sul Fitz Roy. Un sogno solo nominarla.
Per una via del genere con così poche ore di tempo stabile la logistica è tutto!
Senza un’ottima logistica (organizzazione, tempismo e gestione) una qualsiasi via in Patagonia diventa una rogna, figurarsi con poche ore di bel tempo…

(20/21/22/23 Gennaio)
Siam partiti con la solita pioggerella britannica e dopo la tappa fissa per una crumble di mele alla Piedra del Fraile e altre “n” ore di cammino ci siamo accampati a Piedra Negra

Il piano era quello di attaccare “tardi”, salire il più possibile per bivaccare da qualche parte e sfruttare le ore di tempo stabile (dalle 9 di sera alle 9 di mattina) per raggiungere la vetta e scendere…
La tempesta era programmata per le 14/15 del 22 Gennaio

Con questo super piano partiamo il 21 da Piedra Negra alle 5 di mattina arrivando alle prime luci dell’alba al passo del Quadrado e alle 8 all’attacco di Supercanaleta

All’attacco si presenta la prima incognita, una nebbia fitta copre la metà superiore della via e la prima parte sembra secchissima.
Uno sconforto misto a terrore mi sale dentro e guardando Fabri gli confido che forse non era arrivato il nostro momento per il Fitz…
Lui mi guarda un po scocciato e mi dice che tanto si può facilmente tornare indietro e che non aveva fatto tutta quella strada per arrivare all’attacco e non tentare neanche…
Mitico Fabri!!!
Il suo ottimismo mi ridà la carica e alle 8.30 attacchiamo Supercanaleta.

Ammetto che senza Fabri forse non avrei mai attaccato la via (non smetterò mai di ringraziarlo) ma una buona cordata (e in Patagonia è fondamentale se si vuole combinare qualcosa) è proprio questa, quella che si sprona a vicenda nei momenti difficili (e in Patagonia ce ne sono tanti).

I primi 1000 metri di via sono un canale di neve e ghiaccio fino a 60° che nonostante fossero effettivamente belli “secchi” sono filati via lisci come l’olio e alle 12 eravamo già al Bloque Empotrado sul tiro di misto
Fin qui le (stranamente) ottime condizioni della via ci avevano fatto ben sperare anche se nebbia e vento continuano ad alternarsi e a nascondere i pochi raggi di sole che toccavano la parete.

Nebbia + vento = verglas lo impareremo presto…

Alle 14 siamo alla fine del traverso verso destra (siamo stati velocissimi) pronti a metter via le picche e tirare fuori le scarpette per affrontare gli 8 tiri di roccia fino alla forcella che segna la fine della via (200m sotto la cima, da qui si congiunge con la via Argentina)

Guardiamo l’orologio ci fermiamo per una barretta e un po d’acqua e cominciamo a vedere la cima… 8 tiri di IV con qualche V, più 200m facili di misto ci fanno ben sperare, ci facciamo due conti e ci immaginiamo in cima per le 18 molto prima delle aspettative…

…poveri illusi…

Nebbia + vento= verglas…

Ecco che cominciano le rogne… le scarpette sono rimaste in zaino e gli 8 tiri di IV sono andati fuori tra bestemmie e ragliate in poco più di 8 ore…

Tra artificiale violento su fessure impiastrate di ghiaccio, staffate su picche, pendoli, vento che sulla cresta non ti lasciava stare in piedi, nasi rotti (Fabri con una picozzata sbagliata) e ravanate epiche finalmente alle 23 siamo fuori dalle rogne dentro il sacco a pelo (1 in 2) a 150m dalla cima…

Il bivacco penso me lo ricorderò per sempre…

Per essere più leggeri possibili ci eravamo portati un sacco a pelo in due, un sacco da bivacco da due persone (di quelli argentati che ti infili dentro), due mezzi materassini (1m x 50cm), il jetboil con due buste per la cena, una bustina di the e qualche barretta.

Si dice che si impara dagli errori… ecco… un sacco a pelo in due a – 10 è un po poco e il sacco da bivacco argentato si rompe al primo soffio di vento… Per fortuna i piumini che avevamo erano belli caldi e che io e Fabri andiamo parecchio d’accordo, fatto sta che ci siamo abbracciati tutta la notte battendo i denti…

Nonostante il freddo devo dire che la notte è passata abbastanza in fretta e almeno un ora l’abbiamo dormita entrambi anche perché come da previsioni meteo dalle 9 di sera il vento aveva smesso di soffiare

All’alba il primo raggio di sole me lo ricorderò per sempre…

Dal bivacco alla cima ci abbiamo messo poco meno di un’ora e alle 7 del mattino del 22 Gennaio, senza un filo di vento, eravamo in cima al Fitz Roy!

Che sensazione! Uno spettacolo! Un momento indimenticabile!

In cima al paradiso del Fitz senza un filo di vento ci siamo stati per quasi mezz’ora prima di cominciare la discesa.

Visto l’orario e le condizioni decidiamo che la discesa per la Franco-Argentina era la migliore delle idee (a posteriori confermeremo la scelta azzeccata)
La scelta è stata dettata dalla meteo, infatti dalle 9 di mattino in poi la meteo parlava di aumento esponenziale del vento da Ovest con raffiche fino a 100 all’ora e dalle 15 in poi: inferno (bufera patagonica)
(se si scende per Supercanaletta (la via di salita) si parla di 1600 metri di doppie ad Ovest, per la Franco-Argentina 600 + 300 metri ad Est)

Le doppie sono filate via lisce come l’olio nonostante la nebbia che è arrivata alle 11 (un paio di doppie con vento fortissimo). Alle 14 abbiamo messo i piedi sul ghiacciaio e fuori dalle rogne (almeno così pensavamo…)

Fino a qua la logistica era stata veramente impeccabile, tutto perfetto: tempistica, materiale, organizzazione, cibo… eravamo felici come bambini!

Da quando metti piede sul ghiacciaio sotto la parete Est del Fitz in pi§ o meno un’ora di cammino sul ghiacciaio si arriva al Passo Guillumet, da li in un paio d’ore di discesa tra sfasciumi si torna a Piedra Negra (alla nostra tenda) e da li in altre 5 ore di facile sentiero, passando per Piedra del Fraile, si arriva al ponte sul rio elettrico e poi in autostop (20km) ad El Chalten.
Anche se a livello “ore” mancava ancora tanto, con la mente eravamo già seduti al banco del “Bar Fresco” a bere birre… cosa mai sarebbe potuto andare storto, pensavamo, ora che bisognava solo scendere su facile terreno…

Il sogno delle birre svanisce in un secondo… da quando abbiamo messo piede sul ghiacciaio è cominciata la “vera” avventura…

Come da programma meteo alle 14 è arrivata la bufera… per fortuna essendo ad Est il vento (da ovest a più di 100km all’ora) non ci interessava parecchio ma la neve, che presto si sarebbe tramutata in pioggia, sommata alla nebbia ha reso la “semplice camminata di un’ora su ghiacciaio” una marcia infinita battendo traccia su neve marcia fino alle ginocchia con gps alla mano che ci dava la direzione…
La fortuna ha voluto che dopo un’ora e mezza di agonia abbiamo trovato una vecchia traccia che ci ha facilitato le cose e così dopo 2h e mezza, bagnati fradici, siamo arrivati al Passo Guillaumet.

Arrivati al passo ci siamo affacciati ad Ovest nella valle in direzione della nostra tenda (Piedra Negra) e per poco il vento non ci ha spazzati per terra…
Bagnati fradici con vento a 100all’ora ci siamo congelati in 15 secondi… strizzati guanti e piumino abbiamo ci siamo lanciati giù verso la tenda.

Arrivati alla tenda (ore 18) le uniche cose che avevamo asciutte erano i sacchi a pelo (quello di Fabri era rimasto in tenda, il mio era dentro una sacca stagna), una maglietta, una cazamaglia e un paio di pantaloncini corti (usati per l’avvicinamento del primo giorno). Basta, tutto il resto era fradicio. ci siamo lanciati nudi dentro i sacco a peli e finalmente dopo poco abbiamo riattivato la circolazione di mani e piedi. Abbiamo acceso il jet boil e ci siamo mangiati, meglio dire polverizzati, le due buste per la cena e due empanadas lasciate in tenda il primo giorno per festeggiare la cima…

Eravamo in tenda, all’asciutto con fuori il diluvio universale, salvi, con la pancia piena ed avevamo appena scalato il Fitz Roy… che sensazione!!!

La pace dei sensi!

Posata la testa in un nanosecondo ci siamo addormentati… comincio a sognare… sogno di avere i piedi leggeri, che volano verso l’alto… una sensazione strana, li spingo giù e loro “volano” su… continuo il gesto, li spingo giù e i nuovo i piedi “volano” su… il sogno continua e nel sogno continuo questo movimento… ad Un certo punto sento una voce… è Fabri che mi chiede se da me (dormivamo testa piedi) era bagnato… gli dico di no e lui come se nulla fosse si gira e torna con la testa dalla mia parte… ecco che mi sveglio di soprassalto, non capisco molto ma vedo effettivamente Fabri che dorme dalla mia parte e… acqua che entra dalle cerniere della tenda… stavamo letteralmente galleggiando sui materassini… il mio sogno dei piedi leggeri era reale… spingevo giù il materassino e l’acqua me lo rispediva su… panico, panico vero! Erano le 21.30 e stavamo annegando… 20cm di acqua dentro la tenda…
Ci guardiamo spaesati e per più di un minuto siamo stati immobili, seduti su una spanna di acqua (sacco a peli zuppi ovviamente) senza sapere cosa fare…
Non avevamo nulla, ma veramente nulla di asciutto, scarponi e vestiti galleggiavano.. una delle sensazioni più brutte di sempre che abbia mai provato…

Strizziamo i calzini, strizziamo i piumini e svuotiamo gli scarponi dall’acqua…
Un po di fortuna qui è arrivata e nell’istante in cui ci siamo “vestiti” e siamo usciti dalla tendo ha smesso di diluviare, solo una leggerissima pioggerella… in fretta e furia abbiamo svuotato dall’acqua la tenda, fatto gli zaini (lascio a voi immaginare il peso con tutto bagnato) e abbiamo cominciato a scendere più in fretta possibile. Più ci muovevamo meno freddo avevamo. Erano le 22 quando siamo scappati da Piedra Negra.

Finalmente a mezzanotte e mezza siamo arrivati a Piedra del Fraile, l’unico rifugio nell’arco di 30 km. Sembrava un miraggio! Dopo aver svegliato il gestore, aver chiesto carità di vestiti a due simpatici trekker e recuperato due sacco a peli a due poveri ignoti (non sono arrivati fino all’indomani) ci siamo schiantati nel dormitorio (solo per noi) e non ci siamo alzati prima delle 11 dell’indomani (23 Gennaio)

Finalmente dopo un’altra sognata fetta della più buona crumble di mele dell’universo ,ancora sotto la pioggia (ma almeno con i vestiti asciutti), ci siamo incamminati verso casa

Con un autostop di lusso con una macchina per uno alle 15 del 23 aravamo di nuovo ad El Cialten sotto una doccia cal… no… senza doccia… l’avventura non era ancora finita… ahahaha sembrava un film… praticamente la tempesta aveva deviato il flusso dell’acqua da dove l’acquedotto della città attingeva… tutti senza acqua, sembrava una barzelletta…

L’acqua e la sognata doccia calda è arrivata la mattina dopo e 48 ore dopo abbiamo cominciato il lungo viaggio di ritorno verso casa

Che posto!!! Che avventure!!!

 

Non ho ancora deciso se voglio tornarci o no…
Da una parte una vocina mi dice: mai più!! basta brutto, basta freddo, basta vento, vai al mare al caldo, a Ceuse a Kalymnos, resta in Dolomiti, che cacchio ci vai a fare dall’altra parte del mondo a soffrire e basta…
Dall’altra parte invece un’altra vocina mi dice che le avventure che provi in quei luoghi non le riuscirai ad avere da nessun’altra parte, che il Torre è la che mi aspetta…

Incoerenza… maledetta incoerenza…

 

Grazie Fabri di questa super avventura Patagonica!

Per il video di questa avventura clicca qui


Per info e qualche giretto accompagnati contattatemi!

Alla prossima avventura!

Carlo